Le domande che alle volte ci poniamo ci conducono spesso a risposte che non vorremmo mai sentire. La lotta, la rabbia, la delusione, la vittoria, la sconfitta ci hanno davvero temprato o ci hanno reso ancora più deboli ed impreparati di fronte ai vertiginosi cambiamenti che gli ultimi anni del secolo scorso si sono succeduti così freneticamente?

Con ogni probabilità, come quasi sempre accade, la risposta stà nel mezzo.

La voglia di emergere dal grigiore quotidiano, la rabbia di sapere di non possedere tutte quelle risorse necessarie per colmare il gap iniziale, la consapevolezza che il tuo star male diventa una inesauribile fonte di guadagno per quanti gestiscono e sfruttano le tue difficoltà, furono le basi su cui cominciò a delinearsi la cultura del disabile intorno agli anni 70.

Non vi era nessuna legge che impedisse al bambino disabile di frequentare la scuola pubblica, ma di fatto esistevano gli istituti a tempo pieno che altri non erano che veri e propri lager cui le famiglie confinavano i bambini disabili, i quali, in alcune regioni del sud, venivano considerati come un castigo divino. Cominciava di così il calvario di chi non voleva accettare di vivere una non-vita che altri avevano pianificato per lui, e che proprio attraverso la cultura volevano dimostrare che non vi sono ostacoli insuperabili.

In Italia in quel tempo impazzava la contestazione giovanile, fù così quasi naturale che i primi sparuti pionieri interagissero con i gruppi giovanili scendendo in piazza con loro ed occupando licei ed università.

Con il tempo sono arrivate le conquiste sociali, i manicomi sono stati aboliti, il diritto allo studio per tutti è una realtà, per cui ci domandiamo: allora abbiamo vinto? Vorremmo esultare e gridare un fortissimo SI SI SI ma stranamente rispondiamo debolmente con un FORSE. Infatti, se da un lato le conquiste sono state tantissime, dall’altro lato ancora tantissimo vi è da lavorare sotto l’aspetto della mentalità atavica e pregiudiziale che opprime ed offende quanti vivono in stato di difficoltà. La barriera mentale è un muro di gomma ben più difficile da abbattere se paragonato agli ostacoli fino ad ora incontrati. Qui non ci sono nemici da affrontare, non ci sono parlamenti contro cui lottare per costringerli a legiferare, non ci sono gradini da demolire, ascensori da costruire ma proprio per questo il nemico è più difficile da affrontare. Perché nessuno ti chiama diverso, nessuno ti nega il diritto allo studio, nessuno ti vieta di amare ed allora?

Allora oggi più di ieri diventa tangibile l’emarginazione. Proviamo ad analizzare questo muro di gomma, che è formato principalmente da ipocrisia, conservatorismo esasperato e da una distorta interpretazione religiosa.

L’ipocrisia oggi regna quasi sovrana, la famosa frase: soffro con te, nella quasi totalità delle volte è di una falsità avvilente, l’ipocrita vive accanto a te ed è parte integrante del tuo mondo, sempre pronto ad aiutarti (ovviamente quando non ne hai

alcun bisogno) e sempre pronto a commuoversi per i tuoi tentativi di vivere il più normalmente possibile. La massima espressione di solidarietà che ti puoi aspettare da siffatti individui e tutta racchiusa nel detto: "Coraggio, c’è chi stà peggio di te".

Il conservatorismo esasperato è formato per la maggior parte da quanti pur professandosi aperti ai cambiamenti, contemporaneamente attuano tutte le manovre per far sì che nulla cambi onde consentire loro di esercitare quel piccolo potere personale quasi sempre inerente al loro nucleo familiare. Provate a dirgli: voglio sposare un disabile. Il minimo che vi possiate sentire rispondere è: "Tu mi vuoi veder morto, dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te, per darti un’educazione, non ti ho mai fatto mancare niente e tu così mi ripaghi? Il mio cuore non reggerebbe a vederti accanto ad una carrozzella da invalido. Per te ho sognato l’uomo (o la donna) più bello del mondo, magari frocio, però bello e soprattutto normale".

Circa la distorta interpretazione religiosa (essendo il cattolicesimo la nostra religione principale), va detto che non possono che lasciarci sconcertati certe affermazioni del tipo: "In te si manifesta la sofferenza di Dio, dona le tue sofferenze al Signore". E’, questa una istigazione alla rassegnazione che non trova riscontro nelle cose che da anni andiamo dicendo. E finiamola una buona volta con questo tormentone che Dio ha bisogno di corpi deformi per dimostrare agli uomini che è sempre pronto a lenire le nostre sofferenze. La verità è che questa rassegnazione è stata così ben gestita dagli organismi religiosi che per anni hanno con i loro istituti contribuito in larga misura all’emarginazione dei disabili. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma io non mi ricordo mai di averlo visto raffigurato in versione dawn.

Indubbiamente una corretta interpretazione religiosa può essere di grande aiuto nei momenti di sconforto, ma se si è coscienti dei propri limiti e si vive tenendo presente gli obiettivi da raggiungere si potrà facilmente fare a meno di ascoltare tanti paroloni inutili ed obsoleti che da religiosi o laici ci vengono propinati ogni volta che si parla di disabili.

Il muro di gomma, quindi, è formato, altresì, dalla quotidianità della vita, dai mass-media, da un livellamento culturale in basso quando si discute di queste tematiche, dalla esasperante normalizzazione a tutti i costi e dal culto della bellezza.

Giorno dopo giorno, veniamo condizionati da migliaia di spot pubblicitari dove i neonati sono bellissimi, i bambini sono vivacissimi, gli adolescenti sprigionano un fascino irresistibile e gli sposi sono di una siffatta perfezione che alle volte sembrano finti.

Immaginate, per un attimo, di essere una coppia che aspetta un bambino. Con gli occhi della mente vi raffigurate vostro figlio come un neonato bellissimo, un bambino vivacissimo, un adolescente irresistibile, ed infine sognate per lui un matrimonio da favola moderna.

Improvvisamente vi viene comunicato che vostro figlio sarà un disabile.

In un attimo il mondo vi crolla addosso, cominciate a rendervi conto che quel neonato bellissimo che vi guarda dal televisore non sarà mai vostro figlio, quel bambino vivacissimo che con la sua bici fa capolino tra le pagine della vostra rivista preferita non potrà mai essere vostro figlio, quel ragazzo adolescente che con accanto il suo scooter vi ammicca dall’alto di un manifesto non sarà mai vostro figlio. E quale matrimonio da favola moderna v’immaginate se uno degli sposi è seduto su di una sedia a rotelle? All’improvviso tutta la vostra vita e con essa il futuro di vostro figlio viene avvolta in una nube nera, dalla quale tentate disperatamente di uscirne aggrappandovi ai progressi della medicina per la cura della patologia da cui è affetto il vostro bambino. Ma il vostro comprensibilissimo rifiuto di accettare la realtà, vi spinge a consultare una miriade di specialisti con il rischio di ricevere una non corretta informazione, e di affidarvi totalmente nelle mani di chi vi ha promesso i miglioramenti più eclatanti senza rendervi conto che tante volte è solo bassa speculazione. Ma allora quali alternative si possono mettere in atto per evitare che la tempesta scatenata con la nascita di un disabile faccia naufragare la vostra vita e quella del vostro bambino? Cominciamo con il considerare il fatto che i mass-media c’impongono uno spaccato della società che non è per nulla attinente a quella cui facciamo i conti giorno per giorno, gli spot televisivi sono un continuo inno alla bellezza, alla salute ed alla ricchezza, una continua corsa al consumismo più sfrenato, creandoci intorno una realtà inverosimile. La maggioranza invece e formata da brutti, malati, poveri ed emarginati. Una massa di disoccupati che non può certo consentirsi l’acquisto di una Ferrari, né una casa sulla costa azzurra, che trova difficoltà per sbarcare il lunario, che si ammala nelle fatiscenti case cui è costretta a vivere. Una massa di extracomunitari che sbarcano nel nostro paese con le stesse motivazioni con cui i nostri nonni sbarcavano sulle coste americane, e si ritrovano a vivere in condizioni ai limiti dell’umano. Una massa di brutti in contrapposizione a pochissimi belli, anziani sempre più soli e cultura sempre più appiattita su posizioni qualunquistiche. Non ci lasciamo abbindolare dagli stereotipi che ci condizionano costantemente, ma cominciamo a considerare nostro figlio, disabile o normodotato, come un uomo, una vita intelligente verso cui abbiamo il dovere di iniziarlo a camminare sulle strade della vita. Non possono esserci differenze tra l’educazione di un disabile e di un normodotato, tutti e due si troveranno un giorno ad affrontare le difficoltà dell’esistenza che non risparmierà colpi né all’uno né all’altro. Nessuno dispone della sfera di cristallo per vedere in anticipo il futuro a chi dei due arriderà di più.

Giacomo Leopardi era un essere deforme, magari in quel tempo Recanati pullulava di giovani aitanti e forti, ma oggi chi si ricorda più di loro? Invece ci ricordiamo benissimo invece di quell’essere gobbo e deforme che con la sua poesia e la sua cultura, si è innalzato ben più in alto di tutti gli uomini del suo tempo. Oggi Giacomo Leopardi rimane, insieme a tanti altri che come lui hanno saputo mettere a frutto le proprie capacità intellettive, un esempio di non accettazione di ruoli precostituiti che alcuni hanno pianificato per altri uomini. L’intelligenza umana, quindi, in qualsiasi corpo venga collocata, sia in un essere deforme o in un adone, farà sempre la differenza, e la cultura rappresenta l’unica arma in grado di far comparire qualche crepa sul muro di gomma.

Ma quanti oggi sono per istituzione preposti a diffondere la cultura, si chiederanno mai che tipo di cultura stanno diffondendo? La cultura della violenza, la cultura del plagio ideologico, la cultura del plagio religioso sono queste le basi su cui poggiano i pilastri della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la sudditanza psicologica è un’altra piaga della moderna civiltà dei consumi, e la cultura dell’uguaglianza sembra sempre più indebolirsi. Ed allora, in un momento di così evidente appannamento dei valori, come possiamo pensare che la cultura del disabile possa affermarsi? Contiamo sul fatto che il progresso non si può fermare, che dalle guerre non vi sono mai stati vincitori, dalla certezza che nessun schiavo psicologico rimane a lungo tale e soprattutto dalla consapevolezza che il futuro sancirà l’uguaglianza di tutti gli uomini di fatto e non a parole come attualmente accade. Utopia? No. Se queste sono delle utopie, allora dovevano essere utopie anche le speranze dei negri d’America due secoli fa, integrazione è sinonimo di progresso, e come non si può arrestare il progresso, così non si può fermare l’integrazione. Certo che gli interessi economici sono tanti, tenere le persone relegati in istituti fa comodo a tanti, meno responsabilità da affrontare, meno oneri da sostenere e soprattutto meno amore da donare.

Di questo andazzo di cose, una grossa ripercussione la subiscono soprattutto gli anziani che d’estate vengono abbandonati in ospedali, per consentire ai familiari di trascorrere con serenità le vacanze. Più si diventa deboli e più si ingrandisce il solco che separa gli uni dagli altri, sempre meno amore e sempre più calcoli d’interesse. Il nonno quanto ci lascerà? E se il poveretto possiede solo una misera pensioncina? E se per giunta non è autosufficiente? Ecco che nella famiglia moderna scatta inevitabile la crisi. Non resta a questo punto che applicare la tanto agognata soluzione: L’OSPIZIO. Ora codeste strutture possono essere di tipo lusso o in miserevoli condizioni, ma una cosa è certa, non potranno mai sostituire l’affetto di una vera famiglia. Un giorno capiremo che giovani o vecchi, deboli o forti, ricchi o poveri ci muoviamo tutti come tante marionette mentre transitiamo sul carrozzone della vita. Su questo carrozzone da secoli, non sono mai transitati pesi morti, ma da sempre vi prendono posto esseri umani, con le loro vittorie e sconfitte, con le gioie ed i dolori, con la cultura e l’analfabetismo, le speranze e le delusioni, gli amori e gli odi. Conosciamo il momento in cui saliamo sul carrozzone della vita, ma a nessuno è dato sapere quando verrà la propria fermata.

Un modo per abbattere il muro di gomma può essere fornito dall’amore per chi ci vive accanto sia nel bene, che nel male.

Ma molto spesso la stanchezza prende il sopravvento, lo stress diventa dominante sulle volontà ed allora sono le cattiverie e le bassezze morali a farla da padrone.

In tal caso ci si resta sbigottiti nel pensare a quanto coraggio occorra per affrontare quella che in realtà dovrebbe essere la cosa più semplice: vivere.

Ma non sempre il solo coraggio è sufficiente per vivere come desidereremmo, spesso si finisce con l’essere imprigionati in meccanismi che tengono conto più del profitto che della qualità della vita. In questa ottica si distinguono particolarmente due tipi di personaggi: i dominanti ed i dominati. I dominanti sono coloro che attraverso l’imposizione delle proprie personalità sugli altri, accrescono di fatto il loro potere personale. L’imposizione della propria personalità sugli altri, si può esercitare in tanti modi, dalla foga verbale a quella subdola dell’adulazione finalizzata ai propri scopi.

La maggior parte dei dominanti li ritroviamo in posti di comando, siano essi politici o industriali. I dominati invece sono quelli che inevitabilmente subiscono le decisioni altrui che molte volte condizionano pesantemente le proprie vite. Ed ironia della sorte parecchi di loro sono convinti di essere essi stessi gli artefici della propria esistenza. Il forte che domina sul debole può essere anche in teoria una legge della natura, ma rapportata ad esseri pensanti essa è quanto mai aberrante, l’animale uccide per sopravvivere, l’uomo lo fa il più delle volte per mero profitto economico.

Di pellegrino picone