Buscialacroce, probabilmente in stato confusionale, per la prima volta vi
parlerà dei suoi problemi che in pochissimi conoscono. Come avrete letto,
articoli più giù, sono disabile e forse starete pensando che è una
definizione un po’ troppo vaga , va bene dopo 25 anni è venuto il momento di
scoprire le mie carte. Ho una simpatica, si fa per dire, malattia genetica
di nome
distrofia di Duchenne e per il quadro clinico consultate internet o un
qualsiasi dottor House.

La distrofia è come una
femme
fatale e ti porta via quasi tutto, ma lentamente come una
tortura stando attenta a lasciarti intatte le facoltà cognitive perché
signori miei lei è anche sadica!
Sempre io e lei, come due inseparabili amanti, finché morte non ci separi,
ne abbiamo passate tante di cose insieme tra le quali tre o quattro
operazioni e lo sfioramento recidivo della follia. Quei brutti dottori che
tentano di separarci per ora li abbiamo fregati.
I dottori cercano di curarci, ma per ora ci allungano soltanto l’agonia e la
cosa non mi fa ne triste e ne felice. Tanti senza pensarci mi chiedono come
va? come stai? ed io rispondo sempre bene cosa volete che gli dica?
La verità
è che sto di merda, sui problemi fisici uno ci può passare anche sopra e
se devo usare per buona parte della giornata un respiratore meccanico va be’
non fa nulla, cosa volete che sia.
Sui problemi a livello emotivo il discorso si complica di molto: vedete
io faccio quello cinico, stronzo, cattivo per nascondere il mio lato più
oscuro ovvero quello romantico e tragico tipico dei poeti maledetti.

Lei è gelosa e possessiva non ti vuole dividere con le altre e molto
raramente ti concede un’amante!
Una eventuale ragazza prima deve accettare lei e poi me ed è una cosa
tremenda, voi direte che l’amore supera tutte le barriere, ma questa più che
una barriera a me sembra una muraglia cinese!
Il problema più grande, almeno per me, non è il fatto di avere
un’aspettativa di vita non troppo lunga bensì quello di non avere mai avuto
una ragazza.
Io non so cosa cazzo significhi la parola amore, l’ultima volta che ho
baciato una ragazza colpa della bottiglia, maledettissimo gioco, quella mi
ha guardato con la faccia schifata facendomi sentire la peggiore delle merde
e non era a causa del mio alito perché mi ero lavato i denti mezz’ora prima
e avevo appena sputato la gomma.
Quella è stata una delle cose che mi ha fatto sentire davvero “diverso„ da
tutti gli altri ragazzi e tra l’altro quella stronza mi piaceva e nonostante
il male che mi ha fatto non gli porto rancore.
Ora l’unico mezzo che ho per parlare con le ragazze sono le chat, ma anche
li non è che abbia molta fortuna.
La maggior parte delle ragazze appena scopre cos’ho scappa, come fanno a
scoprirlo? Semplice vedono che esco poco, non guido, non ho una ragazza e
capiscono che c’è qualcosa che non quadra, non trapezia e neppure pentagona
e per evitare equivoci senza farmi tanti problemi dico che sono disabile.

Altre ragazze mi offrono sempre e solo la loro amicizia, per capirci qualche
amica va anche bene, ma tutte no. Anche i peggiori stronzi, che magari
menano pure, hanno una ragazza ed io che la metterei al centro del mio
universo tentando di amarla nel miglior modo possibile sono solo.
E’ inutile nascondersi dietro i paraventi, per colpa della distrofia che mi
nega troppe cose avrei bisogno di una ragazza che fosse allo stesso tempo
mamma infermiera e amante. Ora io comprendo le ragazze e sono perfettamente
conscio che stare con uno nelle mie condizioni non è che sia tanto semplice,
ma io visto che una mamma già ce l’ho, una mi basta e avanza, un’infermiera
non mi serve, anche se può essere un ottimo spunto per qualche giochino
perverso, mi accontento solo di un’amante.

Allora fate finta di non capire mi dovete condividere con lei, si proprio
lei, la bastarda che si chiama distrofia (de na mignotta i suppose).
P.s ci ho messo 3 ore e mezza a scrive sta roba dalle 2.30 alle 6.00 di
mattina buongiorno a tutti e buonanotte a me.
Alcuni disabili fisici sono solitari, asociali e introversi. Possono essere
testardi e sospettosi [...] ed hanno un forte complesso d’inferiorità; [...]
spesso stanno sulla difensiva, specialmente se chiamati storpi o paralitici.
Quando li guardate, non vi agitate e non mostrate curiosità morbose. Mai
fissare le loro deformità. Con i disabili con danni celebrali usare un
comportamento accondiscendente può facilitare le cose. Molto spesso i non
vedenti sono introversi. Raramente mostrano forti emozioni.
fonte:
Times
on-line
(in inglese)

Vagando sul web mi è capitato un bell’articolo del
Times,
del tipo di quelli che mi rendono i cinesi sempre più simpatici, che parlava
di una guida su come trattare i disabili distribuita a centomila volontari
cinesi prima delle olimpiadi e delle paraolimpiadi.
Ora con il mio risaputo sarcasmo andrò a commentare quest’accozzaglia di
stronzate (ops, non devo dire parolacce, sennò
la mamma che dice?).

Non è assolutamente vero che noi disabili siamo asociali, anzi ci piace
stare in mezzo alla gente! Se non ce ne date motivo poi non siamo nemmeno
sospettosi, per nulla. Il complesso d’inferiorità io non ce l’ho,
soprattutto nei riguardi di quei cinesi che uccidono e torturano i tibetani.
Al massimo mi sento inferiore al Dalai Lama, a Nelson Mandela, Steven
Hawking, Albert Einstein e tanti altri migliori di me e, molto
probabilmente, di tutti voi.
Se mi chiamate storpio o paralitico scherzando non me la prendo, ma se fate
sul serio prima vi ricopro d’insulti, poi tiro su la pedana dei piedi e come
il miglior Pasquale Bruno vi sfondo la caviglia; poi, per finire, quando vi
ho azzoppato, vi do per sfregio dello storpio, tanto chi volete che condanni
un povero disabile mentecatto come me?
Se un uomo mi guarda con morbosità e fissa le mie deformità, che
fortunatamente non ho, chiamo il 112 e scappo via a gambe, anzi, pardon,
ruote levate. Se invece a guardarmi in quel modo è una ragazza, meglio se
bella, può farlo per tutto il tempo che vuole, gli pago la cena e gli regalo
anche dodici rose rosse. Io sono un gentleman, anzi
gentledisabile.
I non vedenti sono introversi? Ma che dite, io avevo un amico non vedente
che, se gli davi attenzione,parlava per ore e ore.
Belli miei, noi disabili spesso ci sentiamo emarginati perché tanti ci
trattano come extraterrestri, ma non siamo una razza aliena. E’ vero, siamo
un pochino diversi fisicamente, ma cerebralmente siamo uguali a voi, se non
migliori; (è riferito a
Steven Hawking,
Q.I. 230: praticamente un mostro.
Non voglio certo dire che i disabili siano meglio di tutti gli altri).
Leggete ciò che segue per capire come può essere un disabile, e ditemi, voi
fareste mai una cosa del genere?
Qualche anno fa, alle Paraolimpiadi di Seattle, nove atleti, tutti
mentalmente o fisicamente disabili erano pronti sulla linea di partenza dei

Sono sempre rimasto affascinato da
Papillon, un grande successo cinematografico del 1973
con Steve McQueen e Dustin Hoffman, così ho
deciso di approfondire l’argomento.
Chiedendo a san google - come dice la mia amica Adele - ho scoperto che
Papillon non era un personaggio inventato: la sua storia è la storia vera
dell’autore del libro autobiografico da cui fu tratto il film: Henri
Charrière. Il suo nomignolo,
Papillon, era nato per via di una farfalla tatuata e sulle sue
disavventure scrisse due libri, ingiustamente dimenticati, “Papillon„ e “Banco„.

Nel 1931, all’età di venticinque anni, il protagonista venne condannato ai
lavori forzati per un omicidio che molto probabilmente non aveva neanche
commesso. Spedito al bagno penale - forse la parola giusta è
lager
- nella Guyana Francese, visto che non aveva più nulla da perdere, in
tredici anni tentò la fuga ben nove volte. La voglia di tornare in Francia
per vendicarsi di chi l’aveva condannato gli fece sopportare abusi
pesantissimi. Una volta, ripreso dopo un tentativo di fuga, fu rinchiuso per
due anni nell’Isola Reale in una cella larga un metro e mezzo per quattro,
praticamente al buio, con pochissimo cibo, con l’obbligo del silenzio,
guardato a vista. E, come se non bastasse, con un caldo boia e in compagnia
di tanti insettacci pericolosi, come un
centopiedi che se ti pizzica fa un male tremendo e ti fa venire la febbre
altissima.
Dopo tredici anni di tentate evasioni, alcune dai risvolti drammatici, la
fortuna gli diede una mano: a bordo di due sacchi di canapa pieni di noci di
cocco scappò dalla minuscola isola del Diavolo. Dopo giri assurdi, da
Georgetown, capitale dell’odierna Guyana allora sotto dominio inglese, prese
il mare con altri evasi per poi sbarcare in Venezuela. Poiché c’era la
guerra, chi tentava l’evasione, se ripreso, veniva condannato a morte; per
giustificare la condanna i francesi dicevano che chi evadeva lo faceva per
tornare in Francia per combattere con Petàin,
nemico di De Gaulle e amico dei nazisti.
Nelle sue rocambolesche fughe fu più volte aiutato dalle tribù indigene e
dalle popolazioni locali. Per otto mesi rimase con la tribù dei
Guajiros considerati da tutti come dei
selvaggi tagliagola. I
Guajiros non avevano certo una civiltà evoluta come quella francese,
ma non avevano alcun pregiudizio verso gli altri. Quindi, vedendo che
Papillion - considerato in Francia un rifiuto
della società - con loro si comportava benissimo, lo accettarono come uno di
loro: tanto che, se avesse voluto, sarebbe potuto restare li per sempre.
Nell’ultima fuga insieme a due evasi arrivò stremato in Venezuela; alcuni
pescatori si presero cura di loro finché non si ripresero, poi fu arrestato
e dopo un anno circa finalmente tornò ad essere un uomo libero. Nel libro,
l’autore fa dire a quei pescatori una frase meravigliosa:
Un
uomo non è mai perduto. Qualsiasi cosa abbia commesso, ad un certo momento
della sua vita c’è sempre la possibilità di recuperarlo e di farne un uomo
buono e utile alla comunità.

Henry Charrière, in mezzo a tutto l’orrore
creato dalla civiltà occidentale, non ha mai perso la sua umanità e ha
cercato di aiutare chi era più sfortunato di lui. Racconta così di un
detenuto colpito da emiplegia:
Dalle guardie e dai reclusi è soprannominato Piccolino. Viene trattato bene
e riceve scrupolosamente il rancio, tre volte al giorno, e delle sigarette.
I suoi occhi azzurri vivono intensamente e il suo sguardo non è sempre
triste. Se guarda qualcuno che gli va, le sue pupille brillano di gioia.
Capisce tutto quanto gli si dice, ma non può parlare né scrivere: il suo
braccio destro paralizzato non glielo permette, e alla mano sinistra gli
manca il pollice e due dita. Questo relitto rimane per ore incollato al filo
spinato, in attesa che io passi con la verdura, perché è questa la strada
che faccio per recarmi alla mensa degli ufficiali. Quindi, tutte le mattine,
quando porto la mia verdura, mi fermo per parlare con Piccolino.
Appoggiato ai fili di ferro spinato, mi guarda con i suoi begli occhi
azzurri pieni di vita in un corpo quasi morto. Gli dico delle parole cortesi
e lui con la testa o le palpebre mi fa capire che ha colto tutta la mia
conversazione. La sua povera faccia paralizzata s’illumina un momento, e i
suoi occhi brillano volendo esprimere chissà quante cose. Gli porto sempre
qualcosa di buono: un’insalata di pomodori, lattuga o cetrioli già preparati
con salsa all’aceto, o un piccolo melone, o un pesce cotto sulle braci. Non
ha fame, perché il cibo è abbondante al bagno penale
venezolano, ma sono cose che variano il menu ufficiale. Qualche
sigaretta completa sempre i miei piccoli regali. È diventata un’abitudine
fissa, questa visita breve a Piccolino, al punto che i soldati e i carcerati
lo chiamano il figlio di Papillon.
Alla fine Papillon ha capito che era finito in quel girone dantesco anche
per colpa sua: se non si fosse messo a fare il ladro forse la sua vita
sarebbe stata diversa. E’ per questo che ha rinunciato alla sua vendetta.
C’è da dire però che i detenuti, anche se colpevoli di delitti orrendi, non
devono essere trattati peggio delle bestie come accade ancora oggi a
Guantanamo.

Se volete sapere di più su Henry Charrière
cercate i suoi due libri e, leggendoli, sicuramente imparerete qualcosa di
buono.
Perché vi parlo di Papillion? Semplice. Perché
anch’io, come lui,
sono costretto a lottare contro una cosa più grande di me e, anche se
difficilmente ne uscirò vincitore, non mi arrenderò. Tanto non ho nulla da
perdere: così spero anch’io che un giorno possa evadere dalla mia isola del
Diavolo.
“I DISABILI E
Per il mio primo articolo su MenteCritica, visto
che il problema riguarda anche me, ho deciso di affrontare un tema leggero
leggero “i disabili e la sessualità”.
Ricordate quando in “Amarcord” di Fellini lo zio
matto, impersonato da Ciccio Ingrassia, sale sull’albero ed inizia ad urlare
“voglio una donna”?
Ecco tanti disabili sono così, ma nessuno dei benpensanti o dei falsi
moralisti ascolta quell’urlo e, se l’ascolta, fa finta di nulla girando la
testa dall’altra parte. Naturalmente non parlo di voi lettori, ma dei
politici che ci considerano soltanto quando facciamo dei gesti estremi, vedi
Nuvoli e Welby.
Un po’ di tempo fa
Una volta Giovanni Paolo II disse che la persona disabile ha bisogno di
amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità
ma nessuno se lo è filato di pezza tanto per voi basta proteggere l’embrione
poi, una volta fuori, sono affari suoi.

La mentalità ormai è ferma a “gli
ultimi saranno i primi, ma solo nel regno dei cieli“. Tra
l’altro, non mi è giunta prova tangibile della sua esistenza!
Per farvi capire la situazione vi faccio un esempio: anch’io,
Buscialacroce, purtroppo sono disabile. Per
alcuni ignoranti storpio, per i burocrati portatore di handicap, ma poi dove
cacchio lo dovrò portare proprio non so?
Torniamo all’esempio: una sera parlavo con una ragazza, che tra l’altro mi
piaceva pure, passa una mia parente e mi fa “che bella sta ragazza, che è la
fidanzata di tuo fratello?” Il fanculo, da far
tremare i muri, mi si è strozzato in gola solo perché era mia zia.
Ecco noi disabili siamo trattati come asessuati se usciamo con una donna
pensate subito che possa essere a) una badante, b) una crocerossina, c) una
parente, d) pia donna, c)
escort
ma non quella costruita dalla Ford.
Ma io dico, perché non può essere la nostra ragazza, una nostra amica o una
che semplicemente ce la da’? (il discorso vale anche per le ragazze, basta
cambiare qualche articolo e qualche vocale)
In Olanda, Danimarca, Svizzera ci sono donne o uomini, poi dipende dai
gusti, che sotto pagamento
fanno sesso con i disabili, ma in Italia manco a parlarne. Già mi
vedo l’ira di zio Benedetto the 16th.
Ci usano solo per fare audience in tv. Costanzo e
Qui in Italia l’unico metodo che abbiamo noi disabili per stare con una
donna è pagarla, ma mica possiamo dire “mamma
mi porti a puttane?“. Così cerchiamo con internet le escort o
accompagnatrici a 400€ per due ore.
Io non so se prima di passare a miglior vita andrò con una escort. Notate
bene non dico con una prostituta di strada perché quelle povere ragazze
spesso sono costrette a farlo e quasi sempre non è una loro libera scelta
C’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione,
bocca
di rosa ne’ l’uno ne’ l’altro lei lo faceva per passione
Fabrizio De André.
Ai moralisti dico che non avere rapporti praticamente di nessun genere con
le ragazze mi ha devastato l’autostima. Ho 25 anni, sono ancora vergine. A
17 anni sono stato abbracciato una volta da una ragazza e, ancora prima, a
14 anni ho ricevuto un bacio per gioco e quella si è pure schifata. Poi mi
chiedono perché da quello che scrivi sembra che odi le donne. Boh? Fate un
po’ voi!
Certo, anche i mass media non è che ci diano una mano facendo credere a
tutti che conta solo chi è bello e perfetto e noi, figli di un Dio minore,
dobbiamo essere rinchiusi in qualche istituto così occhio non vede cuore non
duole.

Gli Italiani hanno il brutto vizio di nascondere i problemi sotto il
tappeto, come la polvere. Ghettizano la gente,
scaricano la colpa sugli altri e poi, come succedete qualcosa, si lamentano.
L’aspetto sessuale è importante, ma l’atto meccanico fine a se stesso dopo
un po’ stufa. Noi disabili cerchiamo l’amore che è una cosa un tantino
diversa.
Tanti miei amici ormai hanno rinunciato all’amore, ma non hanno il coraggio
di dirvelo. Io ho quasi perso la speranza e sto diventando sempre di più un
cinico bastardo privo di sentimenti proprio come il Dr. House.